lunedì 1 febbraio 2016
lunedì 11 gennaio 2016
siccome sono astemio
Stasera
per festeggiare il compleanno del mio amico Sergio di Faver che però
ora abita da un'altra parte, mi sono bevuto un bicchiere di vino
rosso, poi gli ho telefonato e: “ho brindato al tuo compleanno”.
Siccome sono astemio , per me un bicchiere di vino rosso diluito
peraltro con acqua, ha l'effetto di una bottiglia intera per un
qualsiasi essere normale. E ho iniziato a ridere e a sparare cazzate.
Fortuna che Sergio mi conosce e ha iniziato a ridere pure lui.
Ieri
sera, invece, ad una cena da amici, ho cercato di controllarmi e di
bicchieri ne ho bevuto solo un quarto, però l'effetto stupidaggini e
risarola è partito lo stesso. E non tutti mi conoscevano. Sto
iniziando ad uscire dal guscio ed è piacevole rapportarsi di nuovo
con le persone e non solo con la natura e il proprio cane. Infatti
fra due settimane ho un'altra cena , che è il nostro capodanno
laico, dalla mia amica Lella e li fortuna mi conoscono tutti.
Sarà
che avevo voglia di uscire dal guscio, sarà che avevo voglia di
stare bene, ma ieri sera sono stato proprio bene. Begli amici , bella
casa, clima sereno. In più un donnone adorabile che non conoscevo
con cui ho fatto subito amicizia e che ad ogni battuta mi dava una
manata sulle spalle. Tutto
era perfetto, fortuna conosco i miei amici e so che dietro la
perfezione c'è una inquietudine profonda che mi affascina. Si
respirava quel bel clima che io chiamo di libertà, compresi i gatti
che con discrezione passeggiavano su travi al soffitto, o sopra
l'acquario dei pesci. Compreso il gatto più piccolo che ogni tanto
si intrufolava su di una sedia e allungava la zampa sul tavolo con la
speranza di arruffare qualcosa.
Ho continuato a ridere anche in
macchina perché salutandoci , la bella signora, ormai
irrimediabilmente mia amica, mi ha preso a braccetto e ha sussurrato
: “abbiamo mangiato troppo”, si in effetti aveva mangiato un
pochino. Quelle persone che incontri e subito pensi : “io e te
siamo amici”. In
questi giorni in giro con il cane mi rivedo davanti tanti volti ,
tante frasi, tante persone. Da Fernanda
Pivano che a tavola e a proposito della beat generation :”amici
amici, io volevo essere scopata, altro che amici” e poi innamorata
aveva guardato Marco e : “vuoi sposarmi?”. Oppure Busi che a metà
conferenza e con grande sorriso si rivolge agli uomini del pubblico e
: “uomini, non disperate se non vi tira più il pisello, avete
sempre il culo”. Ma anche il mitico Raiz, profondamente umano e in
quel periodo in crisi mistica o la gentilissima inavvicinabile Paola
Turci.
Potrei scrivere un libro su tutti questi incontri, ma anche
con le persone del nostro pubblico. Non c'è mai stata differenza ,
per me, fra l'artista e la persona del pubblico. Amo perdutamente
l'essere
umano
( oltre la natura e il mio cane). E in questi giorni pensavo che
questo periodo di pausa mi ci voleva. Dopo una vita a correre, stare
per un periodo così senza fare nulla e come tira il vento, non è
male. Ti
fa avere di nuovo voglia di vita, ti fa riinnamorare del tuo lavoro ,
ti fa riscoprire le utopie, i sogni e i desideri da cui sei partito e
sai che è ancora questo che vuoi. Che non è uno spettacolo o una
rassegna. Ma un progetto di vita.
Oggi al supermercato , un
giovanottino che lavora li- qualche anno fa ci avevo fatto amicizia
perché non ricordo cosa era successo, ma ad un certo punto gli avevo
detto : “Ragazzino hai intenzione di rompere i coglioni a me?” e
lui aveva iniziato a ridere e stava cadendo per terra. Da allora
questo giovanottino tutte le volte che mi vedeva e di nascosto dai
capi , quando
poteva,
mi parlava della sua vita, della sua morosa, dei suoi viaggi- oggi
questo giovanottino , ha abbandonato il carrello e mi è corso
incontro : “ Enzo mi sono licenziato, fra qualche giorno parto per
Londra, qui
non ho nessuna altra possibilità che continuare con questo lavoro,
che peraltro per loro sono già vecchio”. Da una parte la tristezza
, dall'altra mi sono commosso. Le persone hanno voglia di parlare e
di sentire un po' di calore . Amo questa Lombardia in cui abito, dove
la gente sembra chiusa, ma basta un sorriso e subito si aprono. In
questi giorni ho anche risolto il mio dilemma “ restare qua o
tornarmene sulle mie colline romagnole”. Perché
scegliere, sto bene qua , sto bene la ( in realtà starei
bene anche in Trentino e in tante altre parti) . Perché scegliere,
finché posso continuerò ad essere il nomade che sono sempre stato.
Ieri
sera un''altra cosa che mi ha commosso: due ragazzi/i innamorati e
per un attimo delicatamente abbracciati. Si dai alla faccia dei tanti
perversi ipocriti parolai, la vita è proprio bella.
sabato 26 dicembre 2015
con un fiore rubato nei campi per spazzare le idiozie
Dai,
natale terminato, pure santo Stefano, poi sta cosa dell'ultimo
dell'anno, la befana e finalmente basta feste.
Leggevo i costi di un
cenone in uno dei ristoranti, quelli dei cuochi fighetti, porca
miseria. Non mi scandalizza che ci
siano persone disposte
a spendere anche più di mille euro, si dice che l'economia deve
girare, che giri. Mi scandalizza il fatto che quella notte, come
tante altre notti, ci sia in giro per il mondo gente che neanche ha
la possibilità di un pezzo di pane.
Natale terminato, non è un gran
problema. Mio padre odiava il natale, da sempre. Non questioni
ideologiche, proprio lo odiava, se non accettarlo grazie alle
abbuffate romagnole di cappelletti, tortelloni, paste al forno,
galline faraone farcite, E questa cosa credo me l'abbia trasmessa. In
casa nostra, grazie al cielo, il presepe non si è mai fatto, solo
l'albero di natale. Anni 50 in giro la miseria era cosa mica da
ridere. Avere un alberino con gli uccellini e le palline di vetro, i
mandarini e le arance e un pochino di cioccolato neanche troppo,
sembrava un lusso esagerato. Qua in Romagna, adesso non so, non era
importante il Natale, Santa Lucia chi?, era importante la befana.
Coerenza laica.
Anni 50 si era molto poveri in tanti, peccato che
molti oggi se ne siano dimenticati o se ne vergognino, era difficile
avere anche dei regali. Io ne ho sempre avuti, tanti e costosi. Ma
c'era qualcosa che non quadrava. A mezzanotte mia madre accendeva le
luci “è arrivata la befana” e mio padre alla vista di questi
regali diventava furioso come una bestia. Perchè, ho realizzato in
questi anni, probabilmente quei regali arrivavano da un'altra parte.
E
non ci ho mai giocato, perché appena li guardavo mi venivano in
mente le litigate di mio padre. Però facevo giocare i miei amici,
loro ci giocavano, leggevano i giornalini, intere collezioni di
“Topolino”. Da allora qualsiasi regalo mi venga fatto , mi mette
terribilmente a disagio. I regali che amo ricevere sono un fiore
rubato nei campi, un pensiero scritto a mano, un sorriso.
Che a
proposito di regali che arrivavano da un'altra parte, questo signore
un giorno mi era stato presentato e poi l'invito dei miei a
non farsi più vedere. In questi giorni mi sento un pochino in
colpa, assurdo lo so, per i miei. Loro si sono sempre voluti bene,
amore a prima vista, matrimonio nel giro di un mese, mia madre quando
era morto mio padre , era crollata. Però litigavano in continuazione
e sempre ero io il motivo. Però porca miseria non ci si può sentire
in colpa per essere nati. Questa cosa quasi di colpa per essere
nati, la sto percependo in diverse persone. Non si può buttare la
propria vita perché allora un po' di cosine erano andate storte. O
perché semplicemente la vita ti è stata storta.
Però dai miei ho
imparato tanto e me ne accorgo ora. Anni 50, si era in tanti molto
poveri. Noi compresi. Ma la nostra casa è sempre stata aperta. Una
cucina, un gabinetto e una camera da letto. Eppure
tutti i parenti che dalle campagne arrivavano in città, anche
persone in difficoltà , a casa nostra hanno sempre trovato un letto
in cui dormire o un piatto in
cui
mangiare. C'è una cosa che ancora mi commuove: una ragazza del paese
di mia madre, era rimasta incinta senza che si sapesse chi fosse il
padre. I suoi genitori l' avevano buttata fuori casa e i miei, in
quel periodo entrambi senza lavoro,
l'avevano
ospitata finché la bambina non è nata. Ora questa ragazza incinta
di allora, è una signora di ottanta anni, cui sono affezionato e cui
spesso telefono per darle un saluto. Anch'io fino a qualche anno fa
avevo questa mentalità delle porte aperte, poi vabbè tante cose e
mi sono chiuso. Adesso ho voglia ancora di dire ai miei amici, quando
volete la mia casa è aperta e se avete fame si mangia quello che
c'è. Viviamo nelle nostre casettine, nei nostri giardinini, nelle
nostre macchinine e abbiamo paura persino della nostra ombra. E non è
questione di Lega o di destra quella brutta. E' un pensiero
strisciante che sta annebbiando le menti. Questa cosa che arrivano
gli stranieri, ti tolgono il crocefisso, il presepe, minano le tue
radici è un mantra che non riesco più a sopportare. L'Italia non
doveva essere un paese laico?
Sono
poi arrivati gli anni 60 e
70.
Il
boom, le case a schiera, i condomini, le automobili e i meridionali
chiamati terroni. Fortunatamente siamo usciti da quella miseria e la
paura di tutto ha iniziato ad avvelenare le menti. Ho voluto passare
anche quest'anno il natale da solo, io e il mio cane. Gli ultimi
dieci anni, i miei
erano ammalati, spesso in ospedale e io mi ritrovavo qua da solo. Non
è mai stato un problema. Anche l'ultimo dell'anno. Ho ricevuto
diversi inviti : “non stare solo”- “desidero stare da solo”,
non ho angosce, ho l'animo sereno. In questi giorni a Cesena sto
vivendo come un sessantenne che va in giro con il cane, un salto al
giorno per andare a salutare i parenti e
in giro ci sono tanti padroni di cani che hanno spesso voglia di
parlare. Ho degli amici su nel paese dei miei, ma sono praticanti
oltre misura, (magari
uno non ci crede, ma esistono anche i cattolici moderati)
e dovere andare lassù, alla messa, per poterli vedere e salutare, mi
sembra un pochino eccessivo.
Ad un amico che avevo aspettato al
freddo e che mi aveva detto “potevi anche entrare , cos'è la messa
ti fa male?”, avevo risposto “non mi hanno fatto entrare”.
Subito lui si è inalberato :”chi non ti ha fatto entrare?” e io
“ le mie anime irrequiete”. Tramortito.
Ho sognato un uomo,
elegante con la faccia oscurata, come certe finte interviste
televisive, un uomo che nonostante la faccia oscurata sembrava molto
serio e mi dice : “è inutile che vieni a cercare, stai perdendo
il tuo tempo. Sono tuo fratello, ma sono già morto” . Proprio
a natale me lo dovevi venire a dire? Forse sta semplicemente a
significare “ ritorna a vivere Enzo, non sprecare gli anni pochi o
tanti che ancora hai da vivere”. E questo è l'augurio che voglio
fare io : “dai giovanotte/i,
massimo
cent'anni e saremo tutti morti, non sprechiamo quei 90 anni che
ancora ci rimangono”. Con un fiore rubato nei campi e al mio cane,
un sorriso e un augurio di spazzare le idiozie che annebbiano il
cervello, ciao.
giovedì 10 dicembre 2015
certe mattine l'ululare dei cani in lontananza
Ci
sono certe notti, ma ci sono anche certe mattine. Con la nebbia
fittissima e i cani in lontananza che ululano. E certe mattine, alla
buon'ora, girare con il cane che ancora non ci si vede nulla, ti
viene da pensare “ ma perché non sono rimasto a letto?”. Ogni
rumore ti ritrovi impregnato oltre che dalla nebbia, da quel sudore
strano che si chiama paura. Ma le paure vanno affrontate, così mi
hanno sempre insegnato, e allora vai avanti e ti senti persino un
pochino eroe. Poi la paura passa e la testa comincia ad andare ,
altro che navigare. Pensi ai tuoi amici , alle persone care che non
ci sono più, alle cose non risolte della tua vita, poi dici basta
botte sui maroni e pensi alla tua casa ideale, al tuo amore ideale,
alle tue economie ideali, alla tua vita ideale. Poi fortuna ci si
comincia a vedere, si deve ritornare a casa e i fantasmi vanno a
ripiegarsi nel cassettino del cervello. E comincia la vita reale, da
farti rimpiangere la camminata delle sei di mattina. In questi giorni
che penso meno al teatro, mi sto accorgendo di realtà che conoscevo
solo per sentito dire. Come gente che ha perso tutto e vive in un
garage, come case famiglia per ragazzi problematici, come gente che
va a rovistare nei rifiuti per poi rivendere quello che può. Come
persone che dedicano il loro tempo, i loro soldi e la loro casa per
potere dare un aiuto. Ieri in giro con una amica e tutti questi mondi
mi sono saltati addosso in maniera violenta, da farmi stare male. E
pensi ai tanti populismi della politica, pensi a chi cerca di
cavalcare e di fomentare le paure. Pensi alla marea di esseri umani
che scappano dalla miseria e dalle guerre, 700 bambini morti in mare
dall'inizio dell'anno, pensi ai terrorismi e a chi si vuole
impossessare di un dio, di un simbolo solo ed esclusivamente per il
proprio potere. Pensi alle tante cazzate che quotidianamente ti
bombardano il cervello e pensi purtroppo anche a quelli che ci
credono a queste cazzate. E allora ti rifugi nella tua casa ideale,
cerchi di entrare dentro il cervello del tuo amore ideale per
potergli dire, come in un film americano: “ciao, come stai?”.E
magari ti risponde e senti un urlo“cavolo vuoi da me?”. Mi viene
in mente, aldilà della frase di quel cretino omofobo, misogino,
intollerante
– a proposito delle madri “surrogate”
- “che gli possa scoppiare l'utero”. Ipocrisia
di merda.
Mi viene in mente che a un bambino che nasce non importa nulla del
colore della pelle, della professione, delle ricchezze, degli
orientamenti sessuali, politici o religiosi dell'uomo o della donna
che lo accudiscono e lo amano.
Ha solo bisogno di essere accudito,
amato e accompagnato per mano lungo quel percorso chiamato vita. Mi
viene anche in mente che ad una persona anziana, ammalata e in preda
alle dimenticanze non importa nulla se il figlio o la figlia, abbiano
un colore di pelle, una professione, un credo religioso o politico,un
orientamento sessuale piuttosto che un altro. Ha solo bisogno di
avere qualcuno vicino che gli voglia bene e che lo tenga per mano per
essere accompagnato verso quel tragitto chiamato del non ritorno.
Tutto il resto sono sciocchezze. Mi viene anche in mente che le
persone tutte, nascono e avrebbero il diritto di essere felici, avere
un lavoro, una casa, qualcosa da mangiare e qualcuno da amare, la
possibilità di un pensiero proprio,
indipendentemente da tutto. Il resto sono solo sciocchezze,
intolleranze,
razzismi e idiozia. Un
amico mi raccontava che stava parlando con due colleghi che non
sapevano nulla dei sentinelli in piedi. Questo amico ha detto loro
che si trattava di esaltati omofobi intolleranti pseudo cattolici. Non si
era accorto che un altro collega li ascoltava, poi ha
iniziato ad
inveire , era un sentinello in piedi, e stava per menarlo. In
questo momento in cui scrivo è sera, la nebbia già potentissima,
fra poco l'ultimo giretto con Peter e poi finalmente i fantasmi del
sonno potranno liberarsi e chissà che ti mostrino il varco
per potere attraversare questa nebbia.
Passata
la notte, ora è mattina, i fantasmi del sonno non hanno mostrato
nessun varco e vai con un'altra giornata.
lunedì 30 novembre 2015
e i topi uscirono dalle fogne
I
topi stanno uscendo dalle fogne. Questa frase me l'ha detta un'amica,
topi sta per reazionari, sessisti, omofobi, razzisti, arroganti,
ignoranti e piccoli piccoli. Non posso dire fascisti come in effetti
gli attacchi alla caritas di questi giorni , perché purtroppo le
caratteristiche di cui sopra sono molto trasversali. In questi giorni
leggo sulla pagina del comune di Romanengo la lettera di una signora
incazzatissima perché arrivata a casa di sera, c'era un indiano che
si masturbava. Stesso indiano che poi “evidentemente ubriaco o
strafatto” girava a zig zag con la bicicletta per il paese. Fatto
grave indubbiamente, ma poi tutta la tiritera sugli indiani e sugli
stranieri "... Di questo passo dove andremo a finire". Fatto grave che tu arrivi a casa e qualcuno si masturba
davanti a te (non do neanche il beneficio del dubbio, do per
assodato) ma basta girare in questi paesi il venerdì sabato sera per
vedere quanti ragazzi strafatti o ubriachi vagano zigzagando,
purtroppo neanche in bicicletta, ma in macchina.
Anni fa neve e sul
tetto del teatro un ragazzo e una ragazza strafattissimi stavano
facendo all'amore. Il vecchio custode, pensando fossero ladri aveva
chiamato i carabinieri. Non riuscivano a staccarli e non erano
indiani. Molte notti uscendo dal laboratorio qualche macchina isolata
nel parcheggio e non sembrava che le persone dentro stessero parlando
e non erano indiani. Oppure i ragazzini di notte sui gradini della
scuola.
Anni fa il mio sogno era un grande cartello all'entrata del
paese “ Romanengo città della cultura, del pensiero, della
tolleranza”. Ora, agli ingressi del paese, le telecamere. Questo
il paese che sto lasciando definitivamente, senza nessun tipo di
rancore e nel cuore le tante persone meravigliose che ho conosciuto.
Il
rapporto con il teatro si era chiuso definitivamente l'anno scorso ad
agosto, ora dicembre 2015 si chiude definitivamente anche il nostro
rapporto con il paese. Abbiamo chiuso la sede e molto tranquillamente
stiamo facendo i traslochi. Per ora pausa da qualsiasi tipo di
organizzazione, è un lusso come già dicevo che desideriamo
percorrere, consapevoli anche dei pericoli che una decisione del
genere può provocare. Per disintossicarci e ritornare alle utopie e
alle battaglie dei nostri inizi. Nulla si cancella.
Ce ne andiamo a
testa alta, orgogliosi di noi e del nostro lavoro. Aldilà e oltre le
chiacchiere e le scorrettezze . Volevamo allora costruire con il
teatro una sorte di cattedrale nel deserto, ma poi sono arrivati i
venti freddi del nord. Lascio
Romanengo con tante persone nel cuore e mi commuovono
in questi giorni le persone che ci fermano per strada e ci dimostrano
il loro affetto. In questi mesi , a livello di amici, parenti,
conoscenti, sono morte tantissime persone e altrettante si sono
ritrovate ammalate. Ora sto uscendo da un periodo nero in cui l'idea
della morte e della malattia invadevano i miei pensieri. E questo
trasloco mi sta svegliando e mettendo allegria. Così come il raglio
dell'asino per L'Idiota di Dostoyevskj.
Sono solo , io e
il mio cane, non ho legami affettivi, ho dei parenti che non riesco
più a chiamare parenti, rimane l'affetto, ma non sono parenti. Sto
cercando un luogo che possa sentire mio, ma continuo a rimanere
strettamente legato a queste terre, agli amici che ho qua e
anche alle terre della mia infanzia e della mia nascita. Lascio
Romanengo , fra non molto chissà dove andrò ad abitare , ora vivo
un po' a Torre e un po' a Cesena, ma fa parte della mia vita il
continuo spostamento, è il mio incipit. Lascio Romanengo con tante
persone nel cuore, a loro un abbraccio e il resto non ha importanza.
“ e i topi uscirono dalle fogne”, questa frase della mia amica (
che fra l'altro ha fatto un giochino su chi fosse la sua sorella
gemella e sono risultato io, ma si può?) mi sta martellando la
testa. Fortuna che in giro ci sono anche i gatti.
lunedì 2 novembre 2015
dove eravamo dieci anni fa? Boh: san pietroburgo mi dice Marco
“Dove
eravamo dieci anni fa?” mi chiede Marco. “Cosa vuoi che sappia”
rispondo io. Sono alle prese con Peter che da due giorni non sta
molto bene e mi sta continuamente appiccicato. Addirittura prima ho
visto un caro amico e avrei voluto abbracciarlo, ma Peter non gradiva
e gli si stava scagliando contro. Ora sto scrivendo con una mano
perché quell'altra devo fargli “pat-pat”. “dove eravamo dieci
anni fa?” - “Boh!”. San Pietroburgo. Cazzo. E improvvisamente
la bomba dei ricordi e delle sensazioni mi ha deflagrato la mente. Le
file interminabili al consolato a Milano per avere il visto, c'era
sempre qualcosa che non andava bene. Poi l'aereo, emozione, Russia,
San Pietroburgo. Poi l'arrivo, file e controlli interminabili.
L'uscita, una serata fredda con i mucchi di neve lungo le strade. Ad
attenderci una signora del consolato italiano, e un omone biondo che
sembrava uscito da un film di James Bond. E una bmw nera vecchia un
pochino scassata. Dovevamo salire, l'omone biondo voleva aprirci la
portiera, ma la portiera non si apriva. Tutto risolto con un calcio.
Le lunghe fredde strade della periferia, i grandi palazzi brutti e
grigi, chilometri. Poi improvvisamente san Pietroburgo, quella da
cartolina quella della prospettiva Nevskij
e l'albergo in una stradina appiccicata ad uno degli innumerevoli
canali che attraversano la città. Il consolato che ci aveva invitato
per il nostro spettacolo “Caravaggio” aveva fatto le cose in
grande. Era una due giorni dedicata a Caravaggio con invitati tutti i
maggiori corrispondenti di moda e costume e società dei giornali
italiani. Una due giorni voluta dal consolato e dalla regione
Piemonte per sponsorizzare una regione e una nazione. L'albergo da
lusso e a disposizione una suite, una per me e una per Marco. Non
avevo mai dormito in una suite tutta per me. Non male. Peccato che la
tv era sintonizzata su di un unico canale porno, i porno più
schifosi che abbia mai visto. Ma la mia tv era stare alle finestre.
Una vista sui tetti da infarto. Ci avevano chiamato per questa due
giorni eccezionali, avremmo dovuto presentare il nostro Caravaggio
all'Hermitage. Prima di noi il teatro dell'Hermitage era stato
calcato solo dal Piccolo. Due mesi il tempo per avere il permesso di
farlo li. Hanno richiesto tutta la nostra documentazione, le foto, il
testo, la nostra storia e quando ormai avevamo perso le speranze, il
permesso è arrivato. Avevo già raccontato dieci anni fa questa
nostra avventura: il teatro dell'hermitage, una ricchezza
dell'architettura, circa venti tecnici a disposizione. Che al momento
di lavorare sparivano sempre. Per cui mi sono montato i fari, vecchi
fari cinematografici pesantissimi da duemila watt. Alla faccia della
discrezione dei colori che volevo ricreare. Poi al momento dello
spettacolo, ho cacciato i tecnici, mai visti fino allora, che mi
stavano sulle spalle. Loro si sono rinchiusi in una stanza vicina e
hanno continuato a bere ed a ridere per tutto lo spettacolo. Io
seguivo lo spettacolo in una stanza murata, su di un monitor, pure questo vecchissimo , e
facevo le luci. Per la fonica, un tecnico in un'altra stanza, che non
aveva monitor né visione dello spettacolo e con cui comunicavo
tramite radiotrasmittente. In inglese e né io né lui conoscevamo
l'inglese. Marco imperterrito, quando si deve fare Caravaggio e ci
sono io che lo proteggo, non ha paura di nulla. Lui bravissimo, sul
proscenio alcuni monitors con la traduzione in simultanea, fatta
dalla nipote del più grande regista russo di teatro. Aveva imparato
in pratica il testo a memoria. Fortuna Marco non ha dimenticato
nulla. Tutto perfetto, applausi, Marco continuava a farmi segno che
anch'io salissi sul palco, non sapevo neanche come si potesse uscire
da quella stanza in cui ero stato imprigionato. Poi sudato, sporco,
puzzolente come una capra, pieno dei fumi di alcool che mi arrivava
dalla stanza dei tecnici, sono riuscito ad uscire e vedere tutti gli
invitati. Porca miseria, gente importante, signore in abito lungo,
eleganza. Nel pomeriggio avevo cercato di sbirciare il museo, ma
immancabilmente alcune guardie mi riportavano alle mie postazioni.
Smontaggio, dico con Marco, vai con gli altri a fare presenza, qua mi
arrangio io. C'era anche Laura Tonatto che aveva ideato un profumo
dedicato a Caravaggio, ne hanno regalato anche un flacone, tutti
numerati, a me e a Marco. La signora del consolato italiano
continuava a ripetere, spicciati Enzo che dobbiamo andare, ci
chiudono il museo. L'idea di dovere passare la notte imprigionato
nelle stanze dell'Hermitage con le guardie notturne del museo mi ha
fatto volare. Peccato che per uscire, nessuno ci aveva detto che per
entrare avremmo dovuto dichiarare il contenuto delle valige, ci
hanno bloccato e non solo non volevano lasciare le valige, ma neanche
me e Marco. Alla fine intervento di diplomatici italiani e russi ce
l'abbiamo fatta. Che bella e piacevole l'aria della notte di san
Pietroburgo. Poi macchina che carica le valige da portare in albergo,
taxi che carica me , Marco, la signora del consolato e un'altra
persona verso la casa del console. Piazza meravigliosa, Teatro
meraviglioso di fronte, assomigliava alla place des Vosges di
Parigi. Documenti di rito, riconoscimento di rito, palpazioni che non
hai armi di rito e infine dentro l'appartamento del console italiano.
Io avrei voluto andare a fare una doccia, andarmi a cambiare, fortuna
ci eravamo portati le giacche. La situazione da film, i maggiori
imprenditori italiani, nobiltà decaduta e imboscati piemontesi, le
maggiori firme del giornalismo modaiolo italiano. Tutto
raffinatissimo finché non è arrivato il mangiare. Orde di barbari
volgarissimi in abiti firmati. Il caviale mangiato a cucchiaiate. Un
giovanotto da jet set di famiglia importante piemontese continuava a
mangiare come un maiale e a starmi appiccicato per rompermi i maroni.
Poi ci siamo capiti con un cameriere russo cui avevo detto che ero di
origine mongola e mi ha fatto entrare in un cortiletto così mi sono
messo a fumare e ad aspettare che tutto finisse. Siamo stati tre o
quattro giorni, non ricordo, e la regola era che non avremmo mai
dovuto spostarci da soli, ma dire sempre dove andavamo e
possibilmente farci accompagnare da qualcuno. Figuriamoci. San
Pietroburgo è bellissima, ma da paura. Le grandi case che
rinchiudono dentro altre case che rinchiudono dentro altre case,
sembra all'infinito. Uno potrebbe essere rapito a san Pietroburgo e
nessuno se ne accorgerebbe. Abbiamo girato tanto in maniera non
ufficiale.
Non puoi andare a San Pietroburgo e accontentarti dei
viaggi ufficiali e programmati. Ricchezza e povertà. Grandiosità e
miseria, tutto all'ennesima potenza. Non è una città da andarci da
soli, ma una città da andarci e di corsa. Ieri in televisione la
piazza dellHermitage invasa dalle persone in lutto per l'aereo
esploso sul Sinai. Allora i venditori di tutto e tutti parlavano
italiano. E poi la gente, gli ubriachi della notte , i barboni che si
lavavano, alla faccia del freddo, dentro i canali, i prostituti o le
prostitute tutti giovanissimi che ci inseguivano e ci ammiccavano, i
ladruncoli in agguato, le chiese maestose , una tutta d'oro. Poi
eravamo stati invitati ad un festival, non ricordo quale zona. Una
cosa molto particolare, un festival all'aperto dove qualsiasi
situazione atmosferica, pubblico e attori dovevano rimanere fino alla
fine. Ma era troppo complicato per arrivarci e non avremmo avuto con
noi nessuno e l'idea di perdermi su qualche aereo in qualche regione
sperduta della Russia, mi ha spaventato. Il ritorno poi, con già nel
cuore il mal di Russia, il solito omone biondo, la macchina nera
scassata, i cumuli di neve sulle strade, i grandi squadrati palazzoni
dell'ex unione sovietica, le file interminabili per il check in e
l'arrivo a Malpensa. Ora il mio cane è sdraiato in veranda e mi sta
guardando come per dire “andiamo a casa” . Si Peter andiamo a
casa.martedì 27 ottobre 2015
la nebbia, i melograni, gli asini e l'orgoglio
La
nebbia, le foglie che cadono, i cachi, le castagne e i melograni. E'
arrivato l'autunno, stamattina proprio freddino. In questi giorni io
e Marco abbiamo preso delle decisioni importanti che è poi quello
che io chiedevo da anni. Ora iniziamo il giro delle amministrazioni
con cui siamo in contatto :” no questo inverno non organizziamo
nulla”. Marco è stato bravo, ha pubblicato quello che era il
nostro manifesto “politico” di quando abbiamo iniziato. Io qui,
dato che parlo per me, sono meno poetico e diplomatico. Da anni non
mi andava bene che il lavoro di organizzazione avesse preso il posto
anche del nostro lavoro artistico. Certo rischiamo grosso, ma
rischiare fa parte della nostra vita e quelle volte che abbiamo
rischiato e abbandonato la via sicura, abbiamo prodotto i nostri
lavori più importanti.
Da parte mia c'è anche un'altra forte
motivazione. Il teatro, la cultura spesso sono solo un prodotto di
scambio o di convenienza, l'anima che tu ci metti , no. In questi
anni ho conosciuto tantissimi politici, amministrazioni crollare e
altre nuove . Fa parte del gioco della democrazia. Il teatro,
l'organizzazione poi , ha a che fare con la politica e i politici.
Ne ho conosciuti tanti in gamba, tanto di rispetto e di cappello, ma
ne ho conosciuto anche altri piccoli piccoli, rinchiusi nel loro
egocentrismo e nei giochini della ridistribuzione dei poteri. E non è
una questione di partiti, ma di persone. E arriva il momento che hai
bisogno di disintossicarti.
Ad agosto e settembre ho girato in lungo
e in largo le colline e le montagne romagnole delle mie origini,
avevo voglia di vendere la casa dei miei e comprarmi una casa in quei
posti. Case ne ho viste, belle, di sasso, isolate dal mondo con tanti
ettari di terreno. Poi tante cose e alla fine invece ho deciso di
rimandare perché ancora la mia vita è qua. I miei amici, la gente
cui voglio bene, qua ci sono quelle che io chiamo le mie radici
aeree. Non è ancora tempo di chiudermi al mondo per fare il
contadino. Sognare è lecito e sognare sogno tanto. Una casa di sasso
in cima ad una collina con da una parte la veduta sui monti e da
quell'altra sul mare. Un campo di erica, uno di lavanda, un giardino
incolto e selvaggio, tante piante di rose e ogni tipo di albero da
frutto e chiaramente un orto. Tutto bellissimo, tutto possibile,
tutto bello da sognare, ma non è ancora il tempo. Il mio tempo e il
mio corpo sono ancora il teatro. Intanto stiamo smantellando la
nostra sede e fortuna che riusciamo a non buttare le nostre cose, ma
a regalarle ad una associazione di persone che stimiamo molto. Fine
novembre, massimo dicembre saremo da qualche altra parte. Qua a
Romanengo lasciamo degli amici, lasciamo dei ricordi, ma in realtà
le cose immateriali non si lasciano, rimangono. Ho voglia ancora di
utopie, ho voglia di lottare, ho voglia di sognare e di agire in
grande. Ho voglia di follia, quella che ha sempre caratterizzato la
mia vita. Un bambino buttato da una famiglia e raccolto da un'altra.
Un bambino grosso, scuro, con la faccia da straniero, un bambino che
si sentiva sempre in debito con il mondo e desiderava sempre fuggire.
Un bambino che è cresciuto che si sente ancora in debito con tutti e
che desidera ancora fuggire. Un bambino che è cresciuto, è
diventato uomo e ora sta diventando vecchio, ma che continua ad avere
la fortuna di tanti che gli vogliono bene. Orgoglioso della mia
testa, del mio cuore, di questo mio aspetto da straniero , orgoglioso
di quello che faccio e pure orgoglioso del mio viziato, adrenalinico,
complicato bellissimo cane.
Un bambino che è cresciuto che si sente ancora in debito con tutti e
che desidera ancora fuggire. Un bambino che è cresciuto, è
diventato uomo e ora sta diventando vecchio, ma che continua ad avere
la fortuna di tanti che gli vogliono bene. Orgoglioso della mia
testa, del mio cuore, di questo mio aspetto da straniero , orgoglioso
di quello che faccio e pure orgoglioso del mio viziato, adrenalinico,
complicato bellissimo cane.
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